Nativi Digitali? Basta, per favore!

Penso che sia giunto il momento di confessarvi una cosa che probabilmente lascerà spiazzati molti di voi: detesto il termine “Nativi Digitali”. Ma come, proprio Prof Digitale odia il termine “nativi digitali”? Sì, e non solo non mi piace, ma sono fermamente convinto che quella dei N.D. sia la più grossa bufala di sempre in ambito didattico pedagogico e sociologico.

Il termine viene coniato da Marc Prensky, uno scrittore americano che viene ricordato principalmente per aver utilizzato per la prima volta questo termine in un articolo del 2001 dal titolo, appunto, “Digital Natives, Digital Immigrants” che potete leggere QUI nella sua versione originale. Riassumendolo, Prensky dice che non possiamo pretendere di insegnare ad una generazione che è nata quando già esistevano Internet, i computer ed i cellulari, utilizzando gli stessi metodi del secolo scorso, poiché il loro modo di apprendere è stato modificato dal contesto nel quale vivono.

[…] the most useful designation I have found for them is Digital Natives. Our students today are all “native speakers” of the digital language of computers, video games and the Internet. So what does that make the rest of us? Those of us who were not born into the digital world but have, at some later point in our lives, become fascinated by and adopted many or most aspects of the new technology are, and always will be compared to them, Digital Immigrants.

Partiamo dal fatto che non mi sento un Immigrato Digitale. La tecnologia ha sempre fatto parte della mia vita (il regalo più bello che ho ricevuto quando ero un bambino è stato un Commodore 64) ed ancora non trovato un Nativo Digitale che abbia competenze paragonabili alle mie, quindi rispedisco tranquillamente questa etichetta al mittente. La definizione di Nativo Digitale però sembra aver perso ogni relazione con l’articolo in questione. Vuoi perché molti adulti non hanno un rapporto felice con pc et similia, vuoi perché purtroppo in molti si riempiono la bocca di termini solo perché di moda, alla fine capita di sentire delle cose che lasciano quantomeno perplessi. Penso di non contraddire Prensky quando affermo che, no, un bambino nativo digitale non è un hacker semplicemente perché nella carta d’identità ha qualche anno in meno di voi. E soprattutto: no, i bambini non imparano semplicemente perché gli mettete un iPad in mano, anche perché è molto probabile che non sappiano neanche come funziona davvero quell’iPad.

Tralasciando il fatto che il mondo digitale è stato creato da Immigrati Digitali; tralasciando che gran parte della comunità internazionale degli studiosi di pedagogia si è scagliata contro Prensky perché trova che la sua visione sia troppo semplicistica; e tralasciando che anche Prensky si è “rimangiato” il termine Digital Native per passare a quello molto più ampio di Digital Wisdom (saggezza digitale), che abbatte le barriere dell’età, ciò che rimane oggi è un falso mito che rischia di fare più danni che altro.

Smettiamola di dare per scontato che i giovani sappiano come relazionarsi con la tecnologia e come usarla correttamente: non è così! Provate ad entrare in una classe di una scuola media e chiedere come funziona una ricerca su Google: difficilmente userete una seconda mano per contare coloro che vi daranno una risposta corretta. Proprio ieri un alunno mi suggeriva di usare Firefox come motore di ricerca. Firefox!? Non è raro che alla domanda “Cos’è Internet?” qualcuno vi risponda serio serio “Facebook!”. Potrebbe anche accadervi che un ragazzino vi si avvicini confidandovi che ha installato iOS 7 sul suo Galaxy (a me è successo), salvo poi scoprire che l’unica cosa che aveva installato era un tema che ne imitava (male) la grafica.

Certo, molto dipende dal contesto sociale nel quale ognuno di noi si trova. Come suggerisce Marco Albanese:

Mia figlia maneggia telecomandi, tastiere e cellulari solo perché ne è circondata. Se la mia famiglia vivesse sull’isola di Chiloé, probabilmente sarebbe abilissima con le reti da pesca. E’ il contesto il motore delle abilità, non l’innata predisposizione. Non ci sono controprove del fatto che un australopiteco o un neandertaliano, dopo un po’ di pratica, non sarebbero stati in grado di far scorrere le foto, con le dita, sul display di uno smartphone touch screen.

La cosa peggiore di questa moda dei Nativi Digitali è che piano piano stiamo dando per scontate delle cose che rischiano di lasciare alla deriva un’intera generazione. Gianni Marconato ha giustamente scritto:

Non solo il nativo digitale non esiste (ne è mai esistito) ma l’uso a-critico e a-riflessivo del termine ha generato un dannoso stereotipo che ha ingabbiato i giovani con etichette inutili ed esonerato noi educatori e genitori dall’ascolto autentico e dalla comprensione delle caratteristiche distintive di questa generazione.

Se continuiamo a pensare che i ragazzi sappiano muoversi nel mare magnum della Rete come veloci delfini, senza che nessuno di noi muova un dito per insegnargli cosa voglia dire usare correttamente questi mezzi, non faremo altro che condannarli ad affondare inesorabilmente. Fenomeni come il cyberbullismo, la totale mancanza del concetto di web reputation, la privacy che diventa sempre più inconsistente sono un vero e proprio segnale di allarme. I bambini ed i giovani hanno bisogno di essere guidati. Ecco perché è fondamentale lavorare anche sul concetto di digital citizenship, la cittadinanza digitale: esprimere se stessi attraverso la Rete, rispettando gli altri, usando i mezzi a disposizione in maniera consapevole e critica.

Quindi, per favore, la prossima volta che sentite qualcuno inizia una frase con “I Nativi Digitali…” fategli sommessamente notare che non esistono, ma che c’è una generazione che non ha bisogno di essere ingabbiata in una definizione, ma che deve essere educata e che noi siamo qui proprio per questo.

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