Quanto (poco) digitale è rimasto ne La Buona Scuola

Alcuni di voi ricorderanno un mio articolo su La Buona Scuola, su quanto d’innovativo ci fosse nel documento che invitava gli insegnanti a partecipare alla consultazione online. Effettivamente all’interno di quel documento, almeno per la parte digitale, si potevano trovare spunti molto interessanti: formazione per gli insegnanti, il docente catalizzatore, l’alfabetizzazione per gli studenti, uno spazio per i makers, l’eliminazione del Digital Divide; si arrivava addirittura a parlare di Bring Your Own Device!

Io per primo avevo invitato tutti a partecipare alla grande consultazione online, ritenendolo un momento di dialogo nel quale avanzare tutte le nostre richieste in materia. E da allora cosa è successo? Volendo essere brutalmente sintetici, della consultazione online non si è minimamente tenuto conto e, a quanto risulta dal testo definitivo uscito dal Senato ed approvato definitivamente dalla Camera, sembra che non si sia tenuto conto neanche delle prime buone intenzioni innovative contenute all’interno del  documento La Buona Scuola. Vi risparmierò il mio giudizio sull’impianto totale della legge, anche se basterebbe rievocare la famosa scena di Fantozzi e La Corazzata Potëmkin, ma più signorilmente dirò che l’italica tradizione non si smentisce: la montagna ha partorito il topolino.

Ma veniamo ai fatti: cosa è rimasto di digitale ed innovativo ne La Buona Scuola? Già in diversi hanno scritto articoli molto azzeccati in merito. Vi cito solo quelli di Galatea Vaglio e di Alex Corlazzoli che vi consiglio di leggere. L’impressione comune è che sia rimasto ben poco, tant’è che, come fa notare Corlazzoli, 136 pagine di documento originario sono diventate a malapena 38 di maxiemendamento (46 nella versione che vi linko qui). Facendo un giochetto abbastanza semplice, aprite il maxiemendamento approvato e cercate nel documento il numero di volte in cui appare la parola digitale o digitali: il risultato sarà 15. Le parole con radice innova (innovativo, innovazione, etc.) sono solo 12. Ma se pensate che in una riforma del sistema d’istruzione le parole relative alla didattica appaiono meno di una volta per pagina (33 su 46), capirete da soli che non potete aspettarvi chissà cosa.

Che fine hanno fatto, come dicevamo all’inizio, il docente catalizzatore, l’alfabetizzazione per gli studenti, i makers, il Digital Divide, ed il Bring Your Own Device? Spariti. Perché? Non è dato  saperlo. Appare l’identità digitale che “raccoglie tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite, alle eventuali scelte degli insegnamenti opzionali”. Si rinforza, per così dire, il Piano Nazionale Scuola Digitale nel quale confluiscono formazione degli insegnanti e degli alunni, potenziamento delle infrastrutture di rete, valorizzazione delle migliori esperienze d’innovazione, ed anche la definizione dei criteri e delle finalità per l’adozione dei testi didattici in formato digitale.

Come fare tutte queste cose? Ancora non si sa. Dovremo aspettare il decreto attuativo, nella speranza che vengano date indicazioni più chiare in merito. L’unica cosa abbastanza chiara è che il docente catalizzatore ora si chiama docente “cui affidare il coordinamento delle attività di cui al comma 57” (decisamente poco attraente come nome), al quale può essere affiancato un insegnante tecnico-pratico ma, attenzione, senza “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. A costo zero. Alla faccia di chi continua a dire che sta mettendo un sacco di soldi nella scuola pubblica.

Il digitale appare di nuovo nel paragrafo che parla della Carta del Docente, i 500€ che ognuno di noi potrà spendere per la formazione, ma anche per “l’acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale” e “per l’acquisto di hardware e software”. Positivo, ma per potermi esprimere sarà necessario vedere le regole di utilizzo di questa carta.

Infine il digitale viene nominato nel potenziamento dell’offerta formativa (anche in questo caso senza “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”) quando si stabilisce come obiettivo prioritario lo “sviluppo delle competenze digitali degli studenti, con particolare riguardo al pensiero computazionale, all’utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media”. Media education, coding, Cittadinanza Digitale potrebbero rientrare qui dentro, anche se lo spettro del costo zero rischia di rovinare anche questi piccoli elementi positivi.

Come già detto in precedenza molto dipenderà dal decreto attuativo e, a mio modo di vedere, da come si deciderà d’investire sulla formazione degli insegnanti, sperando che ancora una volta le buone intenzioni della Buona Scuola non rimangano sulla carta.

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