Dàgli all’untore digitale!

Non so se ci abbiate fatto caso anche voi, ma a quanto pare negli ultimi giorni lo sport nazionale è stato quello di dare addosso alla digitalizzazione della scuola. Ha iniziato nientepopodimeno che il Ministro (forse tra alcune ore “ex Ministro”) Carrozza in persona, negando l’utilità dell’insegnamento specifico delle scienze informatiche, adducendo come motivazione il fatto che in realtà tutte le materie dovrebbero prevedere l’utilizzo delle nuove tecnologie.

In realtà, più che una scelta ragionata, sembra ancora una volta di ascoltare il classico “mi dispiace ma non ho soldi a disposizione”; senza contare il fatto che se davvero volessimo far passare l’alfabetizzazione informatica attraverso le altre discipline, gli insegnanti dovrebbero essere i primi ad essere utilizzatori esperti e soprattutto dovrebbero essere formati all’utilizzo didattico. Sono state fatte tante promesse; noi siamo qui che aspettiamo, ma il tempo passa inesorabile e, lo dico da ignorante in economia, non penso che il nostro paese si possa permettere di perdere un altro treno per lasciarsi alle spalle questa situazione stagnante. Staremo a vedere…

Non si tratta però solo del Ministro, ma anche dei genitori che, in una scuola romana, hanno detto “No, grazie” ai fondi destinati alla creazione di una classe 2.0.  In un articolo apparso sul Corriere  e che ho linkato sui social negli scorsi giorni, mamme e papà degli alunni di una scuola elementare hanno impedito che la scuola attuasse il progetto che prevedeva l’utilizzo di tablet all’interno della normale attività didattica.

L’utilizzo precoce dei media digitali nei bambini – hanno sostenuto, rivolgendosi al Consiglio d’Istituto – avrebbe «conseguenze negative sul corretto sviluppo di abilità cognitive quali attenzione e memoria, sui processi emotivi, sull’autocontrollo, sulla socializzazione e l’identità personale.

Addirittura! Anche il noto filosofo Roberto Casati, autore del libro Contro il colonialismo digitale ha dato ragione (chissà perché?) agli scrupolosi genitori, sostenendo che non si può abbandonare l’analogico in toto, ma che dovrebbe essere usato un principio di ragionevolezza e gradualità.  Ora, non credo che le maestre volessero abbandonare totalmente carta e penna, quindi perché questo accanimento? Perché non è acclarato che il digitale può essere utile all’interno delle nostre classi? Mi pare che la nostra Scuola stia dimostrando già da tempo che ha bisogno di rinnovarsi, visti anche i risultati non comparabili a quelli del resto dell’Europa, dove invece le tecnologie sono diffuse in maniera più capillare. Vi risulta forse che nel Nord Europa, il quale continua a surclassarci nei risultati OCSE PISA, abbiano abbandonato l’utilizzo didattico delle nuove tecnologie? No, anzi! Basta confrontare il rapporto “studenti per laptop connessi” più basso (qui tutto lo studio) e la loro posizione negli OCSE PISA:

studentixpcwww_oecd_org_pisa_keyfindings_pisa-2012-results-overview_pdf

Sarà anche un caso che Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia ci precedano in entrambe le classifiche, ma personalmente ci credo poco. Ovviamente non ci precedono solo per questo, ma anche per questo.

In Italia però se da una parte si cerca di demonizzare l’education technology, dall’altra va di moda leggere qualcosa su Internet e convincersi che sia oro colato, e ne è un esempio lampante l’ultima storia della quale vi voglio parlare e che ho letto con enorme sgomento su Mantellini.it. Riassumendo in maniera brutale: un comune del marchigiano, seguendo il volere di genitori sul piede di guerra, ha fatto smontare l’hot spot wifi dai locali di una scuola. Perché? Perché i signori genitori hanno letto su Internet che il wifi fa male.

Mi rivolgo a chiunque si insedierà negli uffici di Viale Trastevere: queste storie sono la dimostrazione lampante che nel nostro paese c’è bisogno di educare all’utilizzo della Rete; fosse anche solo riuscire a portare a termine una ricerca su Google. Sì, perché le ultime due storie ci sbattono in faccia la realtà di adulti che prendono decisioni fondamentali per il futuro dei propri figli sulla base della prima cosa che leggono su Internet. Se avessero saputo filtrare i risultati in maniera corretta, avrebbero trovato che l’Istituto Superiore di Sanità scrive a chiare lettere che:

non ci sono evidenze scientifiche di danni alla salute dei campi elettromagnetici a radiofrequenza generati dai sistemi WiFi.

Avrebbero anche letto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiarito che:

le esposizioni ai campi a radiofrequenza prodotti da stazioni radio base e altre tecnologie wireless in aree accessibili al pubblico (tra cui scuole ed ospedali) sono normalmente migliaia di volte inferiori ai limiti internazionali.

Inoltre (e qui mi scappa da ridere) avrebbero appreso, non senza sgomento, che:

di fatto, a livelli di esposizione confrontabili, il corpo assorbe i segnali alle frequenze tipiche della radio FM e della televisione in misura circa 5 volte maggiore.

E quindi cosa vogliamo fare cari genitori che vi fidate della prima cosa letta  su www.ilwififamaleperchesi.com? Come suggerisce Mantellini nel suo articolo, se avete tanto paura dell’inquinamento elettromagnetico, spero che non utilizzerete più i vostri adorati telefoni cellulari, spegnerete radio e TV, non cucinerete mai più col microonde, non farete mai una risonanza magnetica e non prenderete più neanche l’aereo (sapete, la radiazione cosmica…). Cosa ne pensate invece di imparare ad utilizzare la Rete e la conoscenza che già racchiude? Cosa ne dite di lasciare che i vostri figli si confrontino con essa, imparando ad esercitare il proprio senso critico ed a vagliare, tra le tante informazioni, quali siano quelle affidabili e quali no?  Volete davvero che siano manipolati dal primo finto scienziato che posta una bufala su Internet? Perché, invece di chiuderci a riccio su un passato che ormai è lontano, non apriamo le porte alla realtà? Una realtà fatta anche di tecnologia, da sfruttare in maniera positiva; senza farsi prendere troppo la mano, sono d’accordo, ma neanche mettendo la testa sotto la sabbia facendo finta di vivere ancora nel ventesimo secolo. C’è assoluto bisogno di non abbandonare l’idea dell’insegnamento della cittadinanza digitale nelle nostre scuole.

E cosa ne pensa la nostra classe dirigente d’investire sulle persone e fare scelte non solo sulla base dei soldi da sborsare?

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